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Seasteading: Il Futuro è Vivere Come Un Baccello Nel Mare

Seasteading: il futuro è vivere come un baccello nel mare

By Paola Piacenza
IO Donna
2020.July.25

Sono i nuovi pionieri. Ma questa volta la frontiera che vogliono conquistare è liquida e le case, ipertecnologiche ed ecosostenibili, sono su palafitte. Per i seguaci della filosofia nata in America negli anni ’80, un nuovo capitolo si sta per scrivere nelle acque panamensi. Per chi vuole prenotare, meglio pagare in Bitcoin

La desalinizzazione delle acque, il giardino di coralli artificiali, l’alimentazione a pannelli solari e le colture idroponiche sono dettagli. Significativi, ma dettagli. La vera novità nel progetto che sta prendendo forma nelle acque territoriali panamensi a firma Ocean Builders è la visione del mondo (e del mare) che lo nutre.

Essere autosufficienti in mare aperto

All’origine c’era un’idea, e un movimento, nato negli anni ’80, sviluppato nei ’90, ora reso tangibile, chiamato Seasteading, dalla fusione di sea, mare, e homesteading, prendere possesso di una proprietà per viverci in maniera autosufficiente.

Nel rendering, due SeaPod sottocosta.

Finora lo sfruttamento di alcune piattaforme petrolifere o di navi da crociera abbandonate è tutto ciò che ha prodotto. Al più ambizioso dei progetti, la Freedom Ship, una barca lunga un miglio per 50 mila persone che alla fine degli anni ’90 avrebbe dovuto circumnavigare il mondo («Ci stanno ancora lavorando….») aveva preso parte anche il Ceo di Ocean Builders, Grant Romundt che, dall’Idaho, via zoom, racconta a iO Donna a che punto sono i lavori per la costruzione della fabbrica che produrrà i giganteschi “SeaPod”, i baccelli marini, unità di misura dei villaggi su palafitte che stanno per nascere al largo: La pandemia ci ha rallentato, ma non ci siamo mai fermati. La fabbrica ospiterà la più grande stampante 3D dell’America latina, in grado di realizzare un modulo in un week end.

L’acqua e gli architetti olandesi

Il primo prototipo di SeaPod, disegnato dagli ingegneri, era brutto, racconta Grant, che si definisce «un amante dell’acqua e della tecnologia». Perciò è stato coinvolto lo studio di architetti più all’avanguardia quando si tratta di costruire sull’acqua, gli olandesi di Waterstudio. Il loro motto è: “Il futuro sostenibile sta oltre il lungomare”. «Ho incontrato Koen Olthuis di Waterstudio a Singapore, e subito ci siamo messi a disegnare come due bambini». Il risultato sono le strutture che vi mostriamo nei rendering in questa pagina, «degne dei Jetsons», il cartoon di Hanna e Barbera – da noi erano I pronipoti – protagonista una famiglia del futuro. Nessun angolo vivo, tre piani attrezzati issati su un palo in grado di resistere al moto ondoso: «Nella versione da alto mare, i test sono stati fatti su onde di cinque metri, ma per ora lavoriamo sottocosta» spiega Grant.

Il flop thailandese

Così era stato in Thailandia, il capitolo precedente nella storia dei Sea Builders. Ma l’idea che una città galleggiante potesse sorgere al largo di Phuket e che, un giorno, i suoi residenti potessero reclamarne la sovranità aveva spaventato le autorità di Bangkok e l’ingegnere capo del progetto era stato costretto a levare le ancore in grande fretta. «Le novità spaventano» chiosa Grant. «Ma vivere sul mare è un’ambizione che l’uomo ha da sempre, simile a quella che spinse i pionieri verso l’America. Anche questa in fondo è la conquista di una frontiera, il mare è una finestra da spalancare, ricca di opportunità per chi ha spirito imprenditoriale. Potrebbe trattarsi di un cambiamento epocale. E noi, che disponiamo dei mezzi necessari per realizzarlo, siamo gli unici in questo momento a lavorarci».

Il bagno del SeaPod.

Vero, lo storico movimento che oggi fa riferimento al Seasteading Institute, alla nostra richiesta di intervista, nella persona della Development director Carly Jackson, ha risposto così: «Siamo una piccola organizzazione no profit, non intendiamo progettare e costruire sistemi da soli. Il nostro ruolo è stato tradizionalmente quello di ricercatori e non abbiamo ingegneri nel nostro personale». Ocean Builders tra i propri finanziatori, in compenso, ha Rüdiger Koch, un ingegnere aerospaziale tedesco in pensione che, ci spiega Grant, «punta a esplorazioni ancora più radicali»: per Koch le piattaforme di seasteading rappresentano il perfetto trampolino per il progetto di “launch loop”, un cavo per lanciare, letteralmente, oggetti nello spazio.

Alla portata dell’americano medio

I talenti visionari non mancano, ma nemmeno il senso degli affari fa difetto. Il sito dei Sea Builders offre numerose opzioni di acquisto, affitto o multiproprietà (i Bitcoin sono il mezzo di pagamento preferito, «ma accettiamo anche versamenti via Paypal, e puntiamo, dopo i primi tempi, ad abbattere i costi fino a 195 mila dollari per un modulo, un prezzo alla portata dell’americano medio» spiega Grant).

La cucina, con vista, del SeaPod.

Per essere uno cui non manca il senso pratico e che sta scommettendo su un’idea di futuro da film di fantascienza, Grant però esita a delineare il tipo di società che ha in mente per gli abitanti dei SeaPod. «Persone diverse sono attratte dal progetto per ragioni diverse. Alcuni apprezzano l’aspetto libertario (tra i fondatori del movimento c’era Patri Friedman, anarco-capitalista e nipote del premio Nobel per l’economia, Milton Friedman, ndr). Altri vi hanno visto un’opportunità dopo che in alcuni Paesi il lockdown ha rivelato aspetti autoritari». Per ora, sostiene, loro puntano soprattutto allo sfruttamento turistico: «Decidere di vivere sul mare a tempo pieno è un grande passo, meglio andare per gradi». Chi si occuperà di mantenere l’ordine, dare le linee della governance (o almeno il regolamento di condominio), fornire i servizi essenziali è ancora da definire. E se non dovesse funzionare? «Il nostro sarà diverso da un villaggio terrestre dove le case sono piantate nel terreno. Se costruisci sull’acqua ogni aspetto della vita comunitaria si presta alla sperimentazione. Una comunità può organizzare la raccolta dei rifiuti coi droni, un’altra con le barche. Se penso alla vostra Venezia… credo proprio che potremmo darvi una mano».

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